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Michael Burry, l’uomo che aveva previsto la crisi del 2008, oggi mette in guardia contro l’Intelligenza Artificiale e i suoi costi nascosti

 Michael Burry, l’uomo che aveva previsto la crisi del 2008, oggi mette in guardia contro l’Intelligenza Artificiale e i suoi costi nascosti

Michael Burry è un nome che evoca immediatamente la memoria della crisi finanziaria del 2008. Medico di formazione, diventato investitore e gestore di hedge fund, Burry fu tra i pochissimi a intuire con largo anticipo la fragilità del sistema dei mutui subprime. La sua scommessa contro il mercato immobiliare statunitense gli valse enormi profitti e lo consacrò come una figura quasi profetica della finanza globale. La sua storia è stata raccontata anche nel film “The Big Short”, dove Christian Bale interpretava il suo ruolo.

Oggi, a distanza di oltre quindici anni, Burry torna a far parlare di sé con un nuovo allarme: secondo lui, l’Intelligenza Artificiale sta vivendo una bolla speculativa paragonabile a quella dei mutui subprime. Non si tratta soltanto di valutazioni eccessive delle aziende tecnologiche, ma di un problema più tecnico e meno discusso: l’ammortamento dei server e delle infrastrutture necessarie a sostenere l’AI.

Il parallelo con la crisi del 2008

Nel 2008 il problema era nascosto nei bilanci delle banche e nelle cartolarizzazioni dei mutui. Oggi, secondo Burry, il rischio si annida nei bilanci delle grandi aziende tecnologiche. I server, le GPU e le infrastrutture di calcolo richieste per addestrare e mantenere i modelli di AI hanno costi enormi. Questi beni vengono contabilizzati come investimenti da ammortizzare nel tempo, ma Burry sostiene che la loro reale durata e valore siano molto inferiori rispetto a quanto dichiarato. In altre parole, le aziende starebbero “spalmando” i costi su periodi troppo lunghi, creando un’illusione di redditività.

La scommessa contro l’AI

Burry ha già dimostrato la sua convinzione con azioni concrete: ha scommesso al ribasso su titoli come Nvidia e Palantir, due aziende simbolo della rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale. Il suo messaggio è chiaro: il mercato sta sopravvalutando le prospettive di guadagno dell’AI, ignorando i costi nascosti e la fragilità di un settore che dipende da infrastrutture costose e rapidamente obsolete.

Un avvertimento per gli investitori

Il punto centrale della critica di Burry è che l’AI non è soltanto un fenomeno tecnologico, ma anche un fenomeno finanziario. Le aziende che oggi vengono celebrate come pionieri dell’innovazione potrebbero trovarsi presto a dover rivedere i loro bilanci, con conseguenze pesanti per gli investitori. Se l’ammortamento dei server è gestito in modo troppo ottimistico, i profitti dichiarati rischiano di essere gonfiati artificialmente.

Il dibattito aperto

Non tutti condividono la visione di Burry. Molti analisti ritengono che l’AI sia destinata a rivoluzionare l’economia e che i costi iniziali siano giustificati da benefici futuri. Tuttavia, la sua voce ha un peso particolare: chi ha saputo prevedere la più grande crisi finanziaria del XXI secolo non può essere ignorato. La sua critica invita a guardare oltre l’entusiasmo per l’AI e a interrogarsi sulla sostenibilità economica di un settore che richiede investimenti colossali e continui aggiornamenti tecnologici.


Michael Burry non è un profeta infallibile, ma la sua capacità di individuare fragilità sistemiche lo rende una figura ascoltata con attenzione. Se nel 2008 il problema era nascosto nei mutui subprime, oggi potrebbe celarsi nei bilanci delle aziende tecnologiche e nel modo in cui contabilizzano i costi dell’AI. Il suo avvertimento è un invito alla prudenza: dietro l’entusiasmo per l’Intelligenza Artificiale potrebbe nascondersi una nuova bolla, pronta a esplodere quando la realtà dei costi incontrerà le aspettative degli investitori.


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