L'OMBRA DEL PASSATO SULLA GIUSTIZIA: IL MONITO DI BARBERO CONTRO LA RIFORMA
L'intervento del professor Alessandro Barbero sul tema del referendum e della riforma della giustizia non è solo un parere tecnico, ma una lezione di storia applicata al presente che scava nelle fondamenta stesse del nostro Stato di diritto. Con la consueta lucidità, lo storico smonta la narrazione di una riforma necessaria per l'efficienza, rivelando quello che definisce un vero e proprio attacco all'indipendenza della magistratura, orchestrato attraverso lo smantellamento dei pesi e contrappesi costituzionali.
La separazione delle carriere come pretesto
Il primo grande equivoco che Barbero evidenzia riguarda la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica: una distinzione che, nei fatti, è già estremamente rigida nel sistema attuale grazie alle recenti riforme che hanno blindato le funzioni. Presentare il referendum come l'unico strumento per garantire l'imparzialità è, a suo avviso, una strategia retorica funzionale a nascondere obiettivi molto più radicali. Il vero cuore della critica risiede infatti nel ridimensionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), un organo che non è nato come un privilegio di casta, ma come un presidio di libertà eretto sulle ceneri del fascismo.
Il ritorno al controllo politico
Nel ventennio, era il Ministro della Giustizia a decidere promozioni e sanzioni, trasformando i giudici in semplici funzionari agli ordini del governo; la riforma proposta oggi, introducendo il sorteggio per i membri del CSM, rischia di svuotare la rappresentanza democratica interna per favorire un controllo esterno più pervasivo. Questo spostamento di baricentro diventa ancora più evidente se si osserva l'introduzione dell'Alta Corte disciplinare, un organo che andrebbe a sottrarre al CSM la competenza sui procedimenti punitivi contro i magistrati.
Il meccanismo dell'Alta Corte e la pressione sui giudici
Mentre oggi è lo stesso ordine giudiziario a valutare le mancanze dei propri membri sotto il controllo della Cassazione, la nuova Corte vedrebbe una forte presenza di componenti di nomina politica o estranei alla magistratura ordinaria. Il rischio evocato da Barbero è quello di una "giustizia punitiva" usata come arma di pressione: un magistrato consapevole di poter essere giudicato da un tribunale speciale, potenzialmente influenzato dagli equilibri parlamentari, perderebbe quella serenità necessaria per condurre indagini scomode sui centri di potere.
La difesa dell'uguaglianza costituzionale
Votare "No", nell'analisi dello storico, significa dunque impedire che la magistratura diventi un corpo silente e sottomesso all'esecutivo. Se il Pubblico Ministero viene isolato e l'intero corpo giudiziario viene minacciato da un sistema sanzionatorio esterno e politicizzato, il passo verso una giustizia "a due velocità" è inevitabile. In questo scenario, la politica tornerebbe a influenzare quali inchieste meritano di procedere e quali devono essere insabbiate, rompendo il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Difendere l'assetto attuale, pur con i suoi evidenti limiti burocratici, significa proteggere l'unico baluardo che garantisce che nessun governo possa sentirsi al di sopra della legge, trasformando il voto in un atto di profonda consapevolezza civile e di resistenza contro ogni tentazione autoritaria.

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