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Quando il dolore diventa spettacolo e lo sciacallaggio cronaca

Quando il dolore diventa spettacolo e lo sciacallaggio cronaca

Esistono ferite che non si rimarginano mai. Per la famiglia di Chiara Poggi, il 13 agosto 2007 non è solo una data impressa nei verbali giudiziari, ma l’inizio di un ergastolo di dolore che nessuna sentenza potrà mai estinguere. Eppure, a quasi vent’anni da quella tragedia, assistiamo ancora a uno degli spettacoli più degradanti del nostro tempo: la gogna mediatica e il lucro sulla sofferenza

Dalla colazione alla cena

Immaginate di sedervi a tavola. È un momento di normalità, di quotidiana ricerca di pace. Poi accendete la televisione. Tra un servizio di costume e una pubblicità, appare il volto di vostra figlia. Di nuovo. Analisi balistiche trite e ritrite, dettagli macabri sbandierati come scoop, plastici da studio che trasformano una casa privata in un set cinematografico.

Per molti giornalisti e conduttori, il "Giallo di Garlasco" è un segmento di palinsesto che garantisce lo share. Per i genitori di Chiara, è un coltello che rigira nella piaga, riportando a galla un’angoscia che toglie il fiato, proprio lì, tra il pranzo e la cena, senza chiedere permesso.

Non chiamatelo diritto di cronaca. Il diritto di cronaca informa; lo sciacallaggio invece viviseziona i sentimenti per vendere una copia in più o guadagnare un punto di rating. Molti operatori dell’informazione si sono comportati come avvoltoi su una preda, dimenticando il codice deontologico e, ancor prima, il rispetto umano.

La spettacolarizzazione del male: La ricerca spasmodica del colpevole a ogni costo, anche quando la giustizia ha fatto il suo corso.

L'assenza di empatia: Il dolore dei Poggi è diventato un rumore di fondo, un elemento scenografico utile a riempire i vuoti di una narrazione noir.

Il lucro sulla tragedia: Speciali, libri istantanei, interviste strappate con l'inganno. Tutto ha un prezzo, tranne la dignità di chi resta.

Chiara non è un personaggio di una serie TV. Era una ragazza con dei sogni, una vita davanti e una famiglia che l’amava. Continuare a cavalcare l'onda di questa tragedia per scopi puramente commerciali è una forma di violenza secondaria che non possiamo più tollerare come spettatori.

Dovremmo interrogarci su che tipo di società siamo diventati, se permettiamo che il dolore privato diventi un circo pubblico permanente. È ora di spegnere le telecamere e accendere il rispetto. Il silenzio, a volte, è l’unica forma di giustizia rimasta per chi ha perso tutto.

Vergognatevi

DC


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