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STELLANTIS: LO SCEMPIO ITALIANO

STELLANTIS: LO SCEMPIO ITALIANO

C’era una volta un gigante che parlava torinese, ma che aveva il cuore d’acciaio e le mani sporche di grasso. Si chiamava Fiat. Non era solo una fabbrica; era l’orologio che scandiva il tempo dell’Italia: le ferie d’agosto, il primo stipendio fisso, la Cinquecento che portava le famiglie al mare.

Oggi quel gigante è un’ombra che sbiadisce, inghiottita da un’entità astratta chiamata Stellantis. Questa non è la storia di una fusione tra pari, ma il racconto di una lenta e metodica annessione che sta trasformando il "Bel Paese" in un deserto industriale.

Il Re è nudo: Il declino delle cattedrali

Immaginate di camminare oggi per i corridoi di Mirafiori. Un tempo era una città nella città, un alveare dove il rumore delle presse era il battito cardiaco di Torino. Ora regna un silenzio spettrale, interrotto solo dai sospiri dei lavoratori in cassa integrazione. Nel 2025, la produzione nazionale è crollata sotto le 380.000 unità. Per trovare numeri così bassi bisogna risalire al 1956, quando l'Italia viaggiava ancora con le valigie di cartone.

A Melfi, che doveva essere il gioiello tecnologico del Sud, la produzione è letteralmente dimezzata (-47%). Le linee di montaggio si muovono a singhiozzo, come un motore che batte in testa e minaccia di spegnersi per sempre. 

A Cassino, le gloriose berline Alfa Romeo sono diventate pezzi da museo prodotti in numeri irrisori, meno di 20.000 l'anno. Il "tricolore" sulle carrozzerie sembra ormai un adesivo sbiadito applicato su un progetto deciso a Parigi.

L’onda d’urto: Il massacro dell’indotto

Ma la tragedia vera non abita solo dentro i cancelli delle ex Fiat. Si consuma nei capannoni anonimi della provincia italiana, dove migliaia di piccole aziende familiari l’eccellenza della componentistica  stanno morendo soffocate.

La strategia di Stellantis è stata quella di un predatore efficiente: tagliare i costi, strozzare i fornitori, spostare gli ordini verso la Francia o il Nord Africa. Per ogni operaio che resta a casa in Stellantis, tre artigiani dell'indotto perdono il lavoro nel silenzio totale. È una strage invisibile di competenze, brevetti e dignità che sta svuotando il midollo osseo dell'economia italiana.

Il "Bacio di Giuda" della fusione

Quando FCA e PSA si unirono, ci promisero un matrimonio d'amore e di forza. Invece, è stato un banchetto dove l'Italia è finita sul menu. Mentre lo Stato francese protegge i suoi stabilimenti sedendo nel consiglio di amministrazione, l'Italia è rimasta alla finestra a guardare i centri di ricerca traslocare Oltralpe e le piattaforme tecnologiche diventare esclusivamente francesi. Il risultato? Siamo diventati "terzisti in casa nostra", semplici assemblatori di idee altrui.

Gli ultimi guardiani: L’eroismo dei Sindacati

In questa tempesta perfetta, dove la politica è apparsa spesso distratta o impotente, c’è chi non ha mai abbassato lo sguardo: i sindacati.

Fiom, Fim e Uilm sono rimasti gli ultimi guardiani del faro. Mentre i manager contavano i dividendi miliardari, i delegati sindacali contavano le ore di cassa integrazione, le famiglie sfrattate, le speranze tradite. Hanno lottato centimetro su centimetro, urlando nei megafoni verità che nessuno voleva ascoltare.

Se Stellantis non ha ancora chiuso definitivamente i battenti in Italia, è grazie a questa resistenza umana e civile. I sindacati hanno avuto il ruolo ingrato di arginare uno scempio, di fare da scudo a migliaia di operai che si sentivano scarti di un algoritmo finanziario. Hanno trasformato la disperazione in proposta, chiedendo investimenti reali e non semplici pacche sulle spalle. In questo inverno dell'industria italiana, la loro voce è stata l'unico fuoco rimasto acceso per scaldare il futuro di chi ha costruito questo Paese con il sudore e il metallo.

DC

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