Buenos Aires non dorme più, ma non è per la passione del tango o per le luci dei caffè di Avenida de Mayo. È per un’ansia elettrica che corre tra i grattacieli di vetro e le baracche delle villas miserias. Il Presidente Javier Milei, l’uomo con la motosega che ha promesso di sventrare lo Stato per salvarlo, ha lanciato la sua sfida più audace: una riforma del lavoro che sembra uscita da un romanzo distopico o da un manuale di economia ultra-liberista del secolo scorso.
La fine del turno classico
La "Banca del Tempo" e l'addio agli extra
Una nazione sulla lama del rasoio
Al centro del dibattito c’è un numero che fa tremare i polsi: dodici. Dodici ore di lavoro in una sola giornata.
Immaginate di entrare in ufficio o in fabbrica mentre il sole sorge e di uscirne quando le stelle sono già alte nel cielo sopra la Pampa. Non è più un’eccezione per pochi stacanovisti, ma il nuovo pilastro della "libertà" argentina. La proposta di Milei non è un semplice aggiustamento tecnico; è un terremoto culturale. L'idea è quella di scardinare il classico schema delle otto ore per permettere alle aziende di spremere la produttività quando serve, portando il turno legale fino a metà della giornata intera.
Certo, i sostenitori del governo parlano di "flessibilità moderna". Dicono che il lavoratore potrà gestire meglio il proprio tempo, accumulando ore per poi riposare nei periodi di stanca. Ma nelle strade di Buenos Aires, l’odore di questa libertà sa di bruciato. Per chi vive con l’inflazione che divora lo stipendio prima ancora che venga accreditato, "flessibilità" è spesso solo un sinonimo elegante di "sfruttamento".
Il vero colpo di scena di questa storia, però, non è solo la durata del turno, ma il modo in cui viene pagato. O meglio, come non viene pagato. La riforma mira a introdurre la "banca delle ore": se oggi lavori dodici ore, quelle quattro ore extra non si trasformeranno in un bonus in busta paga. Diventeranno "crediti" di tempo. Ore che l'azienda ti restituirà quando vorrà lei, magari in un lunedì di pioggia quando non hai nulla da fare, invece di pagartele profumatamente come straordinari.
È una scommessa azzardata. Milei è convinto che rendendo il lavoro "fluido" e il licenziamento facile come un clic, le aziende torneranno a investire. "Bisogna toccare il fondo per tornare a galla", ripete come un mantra. Ma il fondo, in Argentina, sembra non avere mai fine.
Mentre il progetto avanza nei palazzi del potere, il Paese reale risponde con il rumore metallico delle cacerolazos, le pentole battute nelle piazze. I sindacati hanno alzato le barricate, dichiarando che questa non è modernizzazione, ma un ritorno al feudalesimo industriale. Dall'altra parte, ci sono i giovani delusi, quelli che hanno votato Milei sperando in un miracolo, che guardano a questa riforma come all'ultima possibilità per non dover scappare dall'Argentina con una valigia di cartone.
Il presidente prosegue dritto, convinto che il mercato sia l'unica divinità a cui prostrarsi. Ma la domanda che tutti si pongono, dal cameriere di Palermo Soho all'operaio di Rosario, è la stessa: quanto può resistere un uomo, e quanto può resistere un popolo, lavorando dodici ore al giorno in un sistema che non garantisce più paracadute?
L'Argentina è diventata il laboratorio del mondo. Un esperimento sociale a cielo aperto dove la libertà economica viene spinta fino al suo limite estremo. Resta da vedere se questo progetto porterà alla rinascita della nazione o se sarà l'ennesimo, tragico passo falso di una terra che sembra condannata a non trovare mai pace.
un saluto alla prosiima

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