La matita più forte della spada
C’è un momento preciso in cui il
brusio dei talk show si spegne e il peso della delega torna nelle mani del
legittimo proprietario.
Quel momento non avviene nei
palazzi del potere, ma nel silenzio di una cabina elettorale.
Quando l’Italia si è misurata con
il referendum sulla riforma della giustizia, non stavamo solo maneggiando
codici e procedure tecniche: stavamo impugnando le chiavi di casa.
Spesso ci dicono che la giustizia
è materia per addetti ai lavori, un labirinto di articoli e commi riservato a
chi indossa la toga o siede in Parlamento.
Ma è una trappola logica. La
giustizia è l'ossigeno di una nazione e nessuno può spiegarti come respirare
meglio di chi quell'aria la vive ogni giorno.
Il referendum è l'unico istante
in cui la gerarchia si ribalta e il "tecnico" deve fermarsi ad
ascoltare il cittadino.
Non è una questione di
schieramenti, di "Sì" o di "No", e nemmeno di quorum
raggiunti o falliti.
Celebrare il potere del popolo
significa riconoscere che la democrazia non è un abbonamento che si rinnova
ogni cinque anni, ma un muscolo che deve contrarsi per non atrofizzarsi.
Ogni volta che un cittadino entra
in quel seggio per esprimersi su come debba funzionare il tribunale o la
carriera di un magistrato, sta compiendo l'atto più eversivo e nobile
possibile: sta smettendo di essere un suddito per tornare a essere sovrano.
Immaginate la potenza di milioni
di matite che si muovono all'unisono. È un rumore bianco che copre le grida
della propaganda. È la prova che, nonostante la stanchezza e il disincanto,
esiste ancora un nucleo pulsante di partecipazione che nessuna legge elettorale
potrà mai soffocare.
Il vero valore della sfida referendaria sulla
giustizia è stato questo: obbligare un intero Paese a guardarsi allo specchio e
a chiedersi quale idea di civiltà voglia costruire.
Chi disprezza la partecipazione
popolare definendola "incompetente" teme in realtà la sua
imprevedibilità. La matita è più forte della spada perché non ferisce, ma
decide.
Non distrugge, ma edifica.
Indipendentemente dall'esito finale, il popolo che dice la sua ha già vinto nel
momento stesso in cui accetta la sfida della scelta.
Perché una nazione che vota è una
nazione che respira, che lotta e che, finalmente, riprende il comando del
proprio destino.
DC

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