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La roba e il vento

La roba e il vento

Giovanni Verga l’aveva capito prima di tutti.

Mazzarò, il suo personaggio più feroce e più vero, non è un avaro nel senso classico. Non è il vecchio tirchio che nasconde l’oro sotto il materasso. Mazzarò è qualcosa di più inquietante: è un uomo che ha vinto. Partito dalla miseria, senza terra, senza nome, senza niente, è arrivato a possedere tutto quello che si poteva possedere in quella Sicilia arsa e dura. Campi, vigne, masserie, animali. Tanta roba che quando il viandante passava e guardava all’orizzonte, quello che vedeva era suo.

Verga scrive che Mazzarò aveva il cervello fino come quello di un avvocato. Non beveva, non giocava, non perdeva tempo con le donne. Ogni centesimo tornava nella terra. Ogni anno la roba cresceva, si allargava, mangiava altra roba intorno.

E poi arriva la fine.

Arriva il momento in cui la morte si avvicina, e Mazzarò capisce forse per la prima volta davvero  che tutta quella roba non può portarsela dietro. Allora esce nel cortile e comincia ad ammazzare le sue anatre, i suoi tacchini, le sue galline, a colpi di bastone. E grida, con una disperazione che fa quasi paura: Roba mia, vientene con me.

È la scena più straziante e più comica della letteratura italiana. E la più vera.

Adesso voglio raccontarti di due persone che ho conosciuto.

Il primo si chiamava Giacomo. Commercialista, capelli sempre in ordine, scarpe sempre lucide. Aveva iniziato a lavorare a ventitré anni e da allora non si era mai fermato davvero. Non per cattiveria, non per avidità, per paura, credo. Una paura antica, tramandata da genitori che avevano conosciuto la guerra e il dopoguerra e avevano imparato che il mondo può toglierti tutto in una notte sola.

Giacomo non spendeva. O meglio, spendeva il necessario, con una precisione quasi scientifica. Teneva un foglio con ogni uscita mensile, divisa per categoria, confrontata con il mese precedente e con lo stesso mese dell’anno prima. Le vacanze le faceva, ma sempre in bassa stagione, sempre cercando l’offerta giusta. Il ristorante, qualche volta, ma solo se c’era una ragione precisa. Un compleanno, un anniversario, qualcosa che giustificasse la spesa.

Nel frattempo accumulava. Conti, fondi, immobili. Non perché ne avesse bisogno, aveva già più di quanto avrebbe mai potuto usare. Ma il numero che cresceva nel conto gli dava qualcosa che nessun’altra cosa riusciva a dargli: la sensazione, anche solo per qualche ora, che fosse al sicuro.

Il secondo si chiamava Luca. Amico d’infanzia, carattere opposto. Luca spendeva tutto quello che aveva e spesso anche quello che non aveva. Cene, viaggi, regali agli amici, serate che finivano all’alba. Era il tipo di persona intorno a cui ci si sentiva vivi, era generoso, presente, capace di trasformare un martedì sera qualunque in un ricordo. Quando stava bene economicamente, stava benissimo. Quando stava male, chiedeva prestiti con una disinvoltura che faceva quasi invidia.

A quarant’anni Giacomo aveva un patrimonio solido e una vita che non ricordava bene.

A quarant’anni Luca aveva un sacco di storie da raccontare e qualche debito ancora aperto.

Nessuno dei due sembrava felice in modo pieno. Giacomo ogni tanto guardava il calendario e si accorgeva che era già novembre e non sapeva bene cosa fosse successo da gennaio in poi. Luca ogni tanto si svegliava alle tre di notte con un’angoscia sorda, quella di chi sa che non ha rete sotto di sé.

Ecco la cosa che Verga aveva intuito e che noi facciamo ancora fatica ad accettare.

Mazzarò non è una caricatura. È una possibilità reale, concreta, che abita dentro molte persone per bene persone che lavorano sodo, che non fanno del male a nessuno, che hanno solo commesso un errore sottile: hanno confuso il mezzo con il fine. Hanno cominciato ad accumulare per vivere meglio, e a un certo punto accumulare è diventato il fine, e il vivere meglio è rimasto lì ad aspettare, sempre rimandato, sempre dietro l’angolo, sempre dopo.

Ma Verga non assolve neanche chi sperpera. Nel mondo della Roba chi dissipa finisce nella polvere  e quella polvere è reale, non metaforica. La libertà senza radici non è libertà. È solo un altro tipo di schiavitù, più allegra ma ugualmente cieca.

La differenza tra Giacomo e Luca non è che uno fosse più saggio dell’altro. È che entrambi avevano paura, e avevano trovato due risposte opposte alla stessa domanda: come faccio a stare al sicuro? Uno costruiva muri. L’altro fingeva che i muri non servissero.

I soldi messi da parte non sono la roba di Mazzarò se sai perché li metti da parte, se c’è un fine umano dietro, una persona da proteggere, una scelta futura che vuoi poter fare liberamente. Diventano la roba di Mazzarò nel momento in cui il numero sul conto diventa il fine, e la vita reale, i pranzi, le persone, i pomeriggi senza senso viene sacrificata sull’altare di un futuro che poi non si vive neanche.

E il godere del presente non è sbagliato se è consapevole  se sai che stai scegliendo, se non stai solo fuggendo dall’ansia con la spesa come qualcun altro fugge con il risparmio.

Mazzarò esce nel cortile ad ammazzare le sue anatre perché è troppo tardi.

La domanda che vale la pena farsi adesso, non dopo è: per cosa sto vivendo? E quando arriverò alla fine, cosa vorrò che sia venuto con me?

Non la roba. Quello lo sappiamo già.

David Conti 

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