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Shrinkflation, meno cibo allo stesso prezzo

Negli scaffali dei supermercati italiani si sta consumando un fenomeno silenzioso, ma dagli effetti ben visibili (almeno per chi osserva con attenzione): meno prodotto, stesso prezzo. È la “shrinkflation”, un termine inglese nato dalla fusione di shrink (restringere, ridurre) e inflation (inflazione), che indica la pratica, sempre più diffusa tra le aziende alimentari, di ridurre la quantità di prodotto nelle confezioni senza modificarne il prezzo.


L’illusione ottica della convenienza

A prima vista, nulla sembra cambiato: il pacco di biscotti è sempre colorato e invitante, il tubetto di maionese ha lo stesso design, il sacchetto di patatine sembra addirittura più “gonfio”. Ma è osservando il retro delle confezioni e confrontando con quelle degli anni passati che emergono le discrepanze. I biscotti ora pesano 330 grammi invece dei precedenti 400. La cioccolata ha perso 20 grammi. Il succo di frutta è sceso da 1 litro a 900 ml. Eppure, i prezzi restano invariati. O peggio: aumentano.

Dietro questo fenomeno non c'è solo una strategia commerciale, ma una vera e propria forma di inflazione camuffata. Secondo l'ISTAT, questa pratica è stata riscontrata in diversi settori dell'agroalimentare e della cura della persona. Il risultato? Un aumento dei costi effettivi per il consumatore, spesso inconsapevole.

“È una presa in giro legalizzata”

“Shrinkflation è una forma di inganno psicologico,” denuncia Francesco Pugliese, esperto di marketing e consumi. “I produttori sanno bene che aumentare il prezzo in modo esplicito può causare un crollo delle vendite. Diminuire la quantità, invece, passa più inosservato. È una presa in giro legalizzata.”

E in effetti, la legge non vieta la shrinkflation, purché le informazioni sulla quantità siano correttamente indicate sull’etichetta. Ma chi controlla davvero i grammi sul retro di una confezione, quando fa la spesa di corsa tra mille impegni?


Colpiti i prodotti di largo consumo

Tra i prodotti più colpiti troviamo quelli di uso quotidiano: pasta, riso, fette biscottate, latte, biscotti, detersivi. Anche i formati “famiglia” non sono più quelli di una volta: meno porzioni, ma con un packaging studiato per sembrare sempre abbondante.

In molti casi, si assiste anche a un peggioramento della qualità. Alcune aziende, infatti, non solo riducono la quantità, ma cambiano anche le ricette per risparmiare: ingredienti meno pregiati, riduzione della percentuale di materia prima, uso di additivi.

Le reazioni: tra indignazione e impotenza

Sui social, i consumatori iniziano a reagire. Sono nate pagine e gruppi dedicati a “smascherare” la shrinkflation, dove utenti condividono foto di prodotti vecchi e nuovi a confronto. Alcuni supermercati, come Coop, hanno avviato campagne per segnalare con maggiore trasparenza le variazioni di quantità nei prodotti. Ma resta una goccia nel mare.

“Non possiamo combattere un fenomeno se non lo conosciamo,” dice Laura Bianchi, attivista per i diritti dei consumatori. “Serve un’azione sistemica: più trasparenza, più controlli, e soprattutto educazione al consumo critico.”


Un futuro di confezioni sempre più leggere?

Con l’inflazione che continua a mordere e i costi di produzione in salita, la shrinkflation rischia di diventare la nuova normalità. Un futuro dove la confezione sembrerà piena, ma dentro ci sarà sempre meno. E dove il consumatore, per avere lo stesso di prima, sarà costretto a comprare e spendere di più.

Per ora, l’unica vera difesa resta l’attenzione: leggere le etichette, confrontare i prezzi al chilo o al litro, e non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perché in tempi di crisi, anche pochi grammi fanno la differenza.


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