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VACANZA E VILLEGGIATURA: DALL’ITALIA DEGLI ANNI ’60 A QUELLA DEL 2025, UN DIRITTO CHE SI SGRETOLA

 C’era una volta la villeggiatura. Quella che iniziava a giugno e finiva a settembre, scandita dal suono delle campanelle nelle pensioncine romagnole, dalle valigie legate sul tetto della Seicento, dai pranzi al sacco sotto i pini marittimi. Era il tempo in cui le ferie erano un diritto conquistato, un simbolo di benessere diffuso, un rituale collettivo che svuotava le città e riempiva le spiagge.

Oggi, nel 2025, quel diritto sembra sempre più un privilegio. Secondo le ultime indagini, oltre 8,4 milioni di italiani non andranno in vacanza quest’estate. Di questi, quasi 7 su 10 lo fanno per motivi economici. Il termine “villeggiatura” è ormai scomparso dal vocabolario comune, sostituito da una “vacanza” che si è fatta breve, incerta, spesso negata.

Villeggiatura: il tempo lungo del riposo

Negli anni ’60, la villeggiatura era sinonimo di stabilità. Le famiglie italiane, spinte dal boom economico, si trasferivano per settimane intere in località di mare o montagna. Si affittava una casa, si cucinava in famiglia, si viveva un’estate lenta e condivisa. Le ferie erano concentrate in agosto, con fabbriche e uffici chiusi, e il viaggio stesso – in treno, in vespa, in auto – era parte dell’esperienza.

La villeggiatura non era solo un periodo di riposo, ma un rito sociale. Le differenze di classe si attenuavano sotto gli ombrelloni, i bambini crescevano tra gavettoni e pedalò, e le pensioni a conduzione familiare diventavano il cuore pulsante dell’estate italiana.

Vacanza: il tempo breve del consumo

Nel 2025, la vacanza è diventata un bene fragile. Si parla di “weekend lunghi”, di “staycation”, di “turismo di prossimità”. Le ferie si riducono a pochi giorni, spesso prenotati all’ultimo minuto, con un occhio al meteo e l’altro al conto corrente. Il tempo del riposo è frammentato, incerto, spesso sacrificato.

La spesa media per una famiglia di tre persone supera i 2.700 euro, solo per alloggio e trasporti. E mentre il governo celebra il turismo come “motore del Paese”, una parte crescente della popolazione resta ai box. Il 31% degli italiani non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza all’anno. Peggio di noi, tra i grandi Paesi europei, solo la Spagna.



Il governo e il diritto negato

La retorica istituzionale parla di “rilancio del turismo”, di “bonus vacanze”, di “destinazioni accessibili”. Ma la realtà racconta altro. Il costo della vita è aumentato, i salari stagnano, e le offerte “low cost” sono spesso una chimera. Le famiglie numerose, i single, gli anziani: tutti colpiti da una crisi che non fa sconti nemmeno d’estate.

Il governo italiano, pur consapevole del problema, continua a concentrare le ferie nel periodo centrale di agosto, alimentando rincari e disuguaglianze. Le località balneari registrano aumenti fino al 9% rispetto al 2024. E chi non può permettersi di partire, spesso si rifugia in prestiti personali: 220 milioni di euro erogati nei primi cinque mesi del 2025 per finanziare viaggi e vacanze.

Il tempo rubato

La differenza tra vacanza e villeggiatura non è solo linguistica. È una questione di tempo, di accesso, di dignità. La villeggiatura era un tempo lungo, condiviso, popolare. La vacanza di oggi è breve, costosa, spesso negata. E mentre il governo celebra i record di presenze turistiche, milioni di italiani restano a casa, non per scelta, ma per necessità.

In un Paese che ha fatto del turismo una bandiera, il diritto al riposo dovrebbe essere sacro. Ma nel 2025, quel diritto sembra sempre più una cartolina sbiadita. E la villeggiatura, quella vera, resta solo nei racconti dei nonni.

Un saluto 

DC

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