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Giovanni Falcone e Paolo Bosrsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non furono soltanto due magistrati: furono la coscienza civile di un’Italia che per troppo tempo aveva accettato la convivenza silenziosa con la mafia. In un Paese segnato da omertà e compromessi, loro scelsero di mettere la legalità al centro del proprio impegno, pagando con la vita il coraggio di rompere il silenzio.

Falcone aveva una visione innovativa della lotta alla mafia. Fu tra i primi a comprendere che Cosa Nostra non era un semplice fenomeno criminale, ma una vera e propria organizzazione con interessi economici, politici e internazionali. Con il pool antimafia a Palermo, costruì un metodo investigativo basato sulla collaborazione tra magistratura e forze dell’ordine, sull’analisi dei flussi finanziari e sull’utilizzo delle dichiarazioni dei pentiti. Il maxi-processo del 1986 fu il coronamento di questa strategia: 475 imputati, oltre 300 condanne. Per la prima volta, la mafia veniva riconosciuta come entità strutturata e punita in aula.

Borsellino, collega e amico fraterno di Falcone, ne condivise la visione e la determinazione. Dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci, si immerse in un lavoro febbrile per proseguire le indagini, consapevole che il tempo era poco e che la sua vita era in pericolo. Non si nascose mai, né fisicamente né moralmente. Con il suo stile sobrio e diretto, parlava ai cittadini, scuoteva le coscienze, denunciava le complicità istituzionali. Morì 57 giorni dopo Falcone, nella strage di via D’Amelio.

Il loro lascito non si limita alle sentenze. Hanno cambiato il modo in cui il Paese guarda alla mafia: da problema relegato al Sud a questione nazionale. Hanno dimostrato che la legalità è possibile, ma richiede coraggio, coerenza e isolamento. Per questo oggi sono simboli di una resistenza civile che non deve mai smettere di interrogarsi, agire e ricordare.

Ogni volta che si cerca la verità oltre il compromesso, ogni volta che si chiama la mafia col suo nome e si combatte con gli strumenti della democrazia, si è eredi di Falcone e Borsellino. Ed è questa la lezione più scomoda e più preziosa che ci hanno lasciato.

Un saluto alla prossima 

DC


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